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13/07/15

Un rosato bono



Caparsa è un'azienda del Chianti, situata a Radda in Chianti, per la precisione, ed è una di quelle che più ti buttano in faccia il territorio, l'annata, la lentezza dell'evoluzione, la passione vignaiola.
Dei rossi parlerò approfonditamente un'altra volta perchè meritano più tempo. Ora volevo solo consigliare ai miei due lettori l'acquisto del rosato 2014, che sto sorseggiando in questo istante, perchè è uno di quei vini da bere a secchiate. Ha un naso pochissimo ruffiano ( spesso è il difetto dei rosati), ma piccante, se me lo concedete, succoso come quando accarezza le vostre papille gustative esplodendo in un mix di sale, acidità e frutto "croccante" che non vi fa smettere di bere. In azienda si fa agricoltura sana e si vinifica accompagnando il succo d'uva senza tanto intervenire. Il risultato è una serie di vini che raccontano quel pezzo di terra ma anche quella zona, senza fare occhiolini a nessuno ma tirando dritto per la propria strada. Vini a volte difficili e sicuramente non ruffiani ma che ti sanno conquistare.

Hasta

Il blues, non me ne vorrà Paolo Cianferoni, è la musica che associo di default a Caparsa.

10/07/15

Vini naturali all'Expo? No, ma dai...



Mi piacciono i vini naturali, ormai lo sapete, e non sono più uno dei pochi ad apprezzarli. Siamo in tanti. Ora: leggo che il 12 Luglio si parlerà di vini naturali all'Expo di Milano. La curiosità di approfondire la notizia è molta.
La conferenza si intitola: " Il vino naturale... e innaturale". La cosa inizia a puzzicchiarmi un po', visto che ho il vizio di vedere sempre del marcio dietro tutto ma mi dico che sto sbagliando. Il fatto che tema che la conferenza voglia parlar benino dei vini naturali e bene degli altri ( sottolineando il fatto che noi sinistroidi ecologisti puzzoni sputiamo sui vini convenzionali e ricchi di chimica, e li sputiamo pure...), è solo un mio problema, sono il solito pessimista che soffre di preconcetti verso l'Expo.
Giusto: vediamo chi parlerà!
Vedrai che ci sarà Bea, chessò, Maule, la Feiring...
Allora:
Angelo Gaja ( omnipresente, famoso produttore, convenzionale)
Oscar Farinetti ( padrone di casa, di cui non voglio parlare perchè vorrei tenere i toni bassi...)
Attilio Scienza ( luminare di viticoltura)
Il Professor Gerbi ( Titolare di enologia in università a Torino)
Helmut Kocher (  Direttore del Merano Wine festival, probabilmente la fiera più bella d'Italia, anche se secondo me quella festaiola di Fornovo...)
Walter Massa (produttore anarchico, che adoro, ma che non è il primo nome che ti viene in mente quando parli di vini naturali)
E poi?
Stop
...
...
...
...
...
...
..
..
.
.
.
Mavaffanculo!


Hasta


 Vi linko un video sulla splendida gente di Carussin, gente ( e vini) naturale.

30/04/15

Un compleanno da Pacina

Certe cose succedono per bizzarre casualità, per l'effetto domino di altre cose successe chissà dove e quando. A volte finisci per ritrovarti in luoghi che ti segnano, in qualche modo e conosci persone fanno altrettanto.
Così mi è successo qualche tempo fa, precisamente il giorno del mio compleanno.
Sono venute a trovarci due cari amici trovati in condizioni egualmente casuali, qualche anno fa. Anch'essi possiedono un luogo di quelli che ti toccano il cuore perchè pregni di passione: l'agriturismo Il Castagneto, vicino a Sestri Levante.
Aggregatici a loro siamo finiti a Pacina, una località estremamente affascinante a due passi da noi: a Castelnuovo Berardenga. Dovevano incontrare dei loro amici, Giovanna e Stefano, produttori di vino. Già li conoscevamo anche noi ma così, in maniera superficiale e di rimbalzo.
La giornata si è andata via via costruendo in maniera roccambolesca, facendo saltare i nostri piani per la serata che doveva essere di festeggiamento vis a vis in qualche ristorantino di zona. Insomma, siamo finiti a cena a casa di Stefano e Giovanna, in compagnia dei nostri amici Pippo e Natalia, e passato una serata che difficilmente dimenticherò, avvolti in una atmosfera rilassata e calda, serena ed amichevole che ha mi ancora di più convinto di quanto debba essere ricercato il contatto umano, in questi tempi di superficialità e distacco e di quanto sia davvero bello e profondamente radicato nella nostra cultura (anche questa lentamente stuprata) il valore del condividere la tavola, della chiacchiera a ruota sciolta davanti ad un calice di vino, dell' essere circondati da persone che ami, stimi e che sono come te appassionati di umanità.
Regali bellissimi ed unici sono stati il sorriso vero di Giovanna, il blues cantato a luci spente da Natalia, con la voce spezzata da dolore e fatica, l' antica cortesia di Stefano, gli abbracci di Pippo, la calda presenza di mia moglie e le sue emozioni incontrollate e belle.

In tutto questo vorrei anche parlare dell'azienda vinicola che ci ha accolto: Pacina, appunto.
E' un luogo che consiglio a tutti di vedere e visitare. Le parole di Giovanna sono sicuramente le uniche che possono farti capire realmente cosa abbia di speciale quel luogo. E' l'unica volta che un vignaiolo è riuscito a commuovermi mentre mi raccontava cos'è la sua azienda.
Banalmente è una azienda dalle dimensioni sufficienti per avere una autonomia economica e per poter essere gestita in maniera artigianale. C'è enorme rispetto dei proprietari per questo luogo, consapevoli che esiste da sempre e che esisterà dopo di loro. Giovanna e Stefano vivono il loro ruolo da “custodi” e non da “padroni” ed intorno a questo ruota il loro approccio all'agricoltura, assolutamente rispettosa di suoli, piante, vita, ed alla produzione di vino. In cantina si accompagna solamente l'uva nel processo di vinificazione senza intervenire ed i risultati sono davvero ottimi. Ciò che mi appassiona a questi vini è una nota, sia olfattiva che gustativa, che li accomuna tutti. La chiamo la “nota Pacina” e che è perfettamente coerente con il luogo e la filosofia dei proprietari. Pacina è un luogo, un essere vivente, se volete, con tutti gli attributi e con un suo carattere forte. E' per questo che esiste un filo conduttore che lega ogni singolo aspetto e lo rende un posto così saturo di energia benefica. Scado nel mistico, abbiate pazienza, ma solo avendone esperienza potete capire.
I vini sono incredibilmente toscani. Burberi ma profondi, di gran carattere.
C'è un vino intorno al quale gira la produzione: il Pacina. E' un uvaggio chiantigiano ( sangiovese, canaiolo e ciliegiolo). Un tempo si fregiava della doc Chianti ma di recente, la commissione lo bocciava non rientrando nei canoni del disciplinare, lasciandosi così sfuggire uno dei pochi vini che davvero rappresentano il Chianti. Ma tant'è...
L'impegno, anno dopo anno, è rivolto a creare il prodotto migliore possibile utilizzando le migliori uve. E' un gran vino, a mio parere, che può lasciare perplessi coloro che si sono abituati a vini da guida, ma che lascia il segno in coloro che ci riflettono sopra o ci rivedono il luogo di provenienza.
“Il secondo “ di Pacina è più schietto e, se vogliamo, più semplice, immediato ma è un vino quotidiano come pochi altri.
Il rosato, spigoloso e puntuto, con acidità spinta e struttura, ma con profumi croccanti, è difficile ma appagante, soprattutto a tavola.
La Malena è una sirah robusta, speziata, profonda.
In annate ottime vengono prodotti anche il Villa Pacina, sangiovese in purezza che, col tempo, dà profondità ed eleganza unica, il Pacna ( il nome etrusco di questo luogo), anch'esso sangiovese, di una notevole classe. Ho avuto la fortuna di provarli e vi assicuro che sono vini che non dimentichi.
“La Sorpresa” è un vino dolce ( un vinsanto con troppo poco alcool...) curioso e buonissimo!
Tutti i vini sono sani, hanno una estrema digeribilità, basse quantità di solforosa e prezzi giusti.
L'azienda produce anche un ottimo farro e dei ceci piccini di primissima qualità ed hanno alcuni appartamenti che affittano come agriturismo.
Consiglio a tutti sia di assaggiare i prodotti di Stefano e Giovanna, sia di visitare l'azienda ( la cantina antica è bellissima!), perchè ne vale la pena ( momento pubblicitario!).
Vi consiglio, inoltre, la visione del documentario-film di Nossiter “ Resistenza Naturale”, sia perchè si parla anche di Pacina sia perchè fa capire schiettamente e chiaramente perchè è così importante iniziare ad approcciarsi ai vini naturali e ad una visione di economia, agricoltura, ecologia, umanità più responsabile.
Hasta


25/03/14

Il mio primo Radikon


Era il momento giusto. L'ho visto lì, sullo scaffale e l'ho preso. Era il Jakot 2005 del visionario produttore friulano.
E' durato, pochissimo, a casa mia: il tempo di preparare la cena.
E' un Friulano, il vecchio Tocai. In vigna rarissimi trattamenti ma con prodotti naturali e non di sintesi. Altissima densità di impianto, viti stressate che producono poca uva ma di altissima qualità.
Vinificazione con le bucce e macerazione per 40 giorni. Poi 40 mesi in botte. Niente controllo di temperatura, lieviti autoctoni, solo follature e travasi. Il colore è rame. Nessun segno di ossidazione al naso. Quello che ti morde il naso è un mix di fiori ( camomilla, mimosa) e frutta secca (mandorla), disidratata e scorza di agrumi. Se chiudi gli occhi, poi, dopo un paio di ore dall'apertura, arriva la brezza del mare, salata e fresca. Sembra strano a dirsi ma il profumo di questo vino ha un che di amaro, non so come spiegarlo ma è così... Il primo sorso è pazzesco: sapidità alle stelle, un lievissimo tannino e una vena agrumata davvero piacevole. Ritorna la nota amara, quasi di scorzetta di pompelmo e il cervello ti richiama un altro bicchiere e poi un altro ancora. Occhio perchè la bottiglia è da 50 cl e finisce in fretta! Il finale è asciutto ma lunghissimo, con la bocca che schiocca per un bel po', stimolata da quella sapidità fantastica e quella leggera sensazione amara ma accattivante (nonchè tipica dell'uva Tocai)
Lo consiglio agli amanti della tipologia e lo sconsiglio a chi cerca un vino poco cerebrale e "confortevole". Mi raccomando va bevuto a temperatura ambiente!
Hasta.
Bevetelo ascoltandovi questa:

28/10/12

Dolcetto d'Alba Piano delli Perdoni 2010 Mossio

Bel vino. Dritto ma non banale.
Il colore è un bel rubino con tanta sostanza, cupo e misterioso. I profumi sono intensi e tendenzialmente fruttati, croccanti e freschi. Ciliegia e lampone, agrumi ma anche una nota di liquirizia e un che di vin brulè.
L'ingresso in bocca è tosto, dominante la spina dorsale acido-sapida ed il tannino fitto ma vellutato. Finale medio-lungo con retrogusto nettamente amarognolo. Saporito, devo dire, e destinato a migliorare per i prossimi due/tre anni. Si potrebbe lasciare lì ed aprire a condanna di mister B. scontata.
L'azienda, familiare, ha un occhio di riguardo verso l'eco-sostenibilità, il che non guasta.
Consigliatissimo. Provato con una pasta pasticciata con verdure, funghi e besciamella, passata in forno fa la sua gran figura. Anche con formaggi di media stagionatura è ok, specie se molto saporiti, tipo Puzzone di Moena o Robiola di Roccaverano.
Provatelo e fatemi sapere.
Hasta




17/09/12

Vino al vino

Non parlerò del bel libro di Soldati nè del blog di Ziliani ma della degustazione che ormai da svariati anni ( credo 17) si svolge a Panzano in Chianti e che permette di capire realmente quanto sia opportuna una zonazione del Chianti Classico. I vini qui prodotti, infatti, hanno tutti un carattere spiccato, un comune denominatore nella struttura e nella mineralità. E' zona dove può anche avere un qualche senso un vino che abbia in uvaggio il Cabernet Sauvignon, visto lo spiccato carattere che acquista da queste parti il francesone. Grandi vini, a Panzano, arrivano, poi, da vitigni internazionali anche se, a mio modestissimo parere, le cose migliori arrivano dal Cabernet Sauvignon, magari appena corretto da piccole percentuali di altri vitigni.
Parliamo, però, di Chianti Classico. Rubusti è il termine che riesce a descriverli tutti. Vini di scarsa qualità non ne ho trovato nemmeno uno ma i vini che mi hanno colpito sono stati pochi. Buoni i base di Monte Bernardi, Le Cinciole, Vecchie terre di Montefili, Panzanello. Alle ottime le riserve degli stessi aggiungerei quella del Molino di Grace. 
Fra i non Chianti Classico segnalo i soliti Flaccianello della Pieve di Fontodi, il Camalaione de Le Cinciole, il d'Alceo del Castello dei Rampolla e l'Anfiteatro di Vecchie terre di Montefili. C'era anche il Giorgio Primo de La Massa che, però, sebbene sia evidentemente un vino ben fatto e di sicuro commovente con qualche anno sulle spalle, non è nelle mie corde.
I vini che abbiamo comprato, rimanendo fedeli all'anno passato, sono le due basi de Le Cinciole e di Montebernardi dei quali non abbiamo optato per le riserve, davvero buone, solo per mere questioni economiche ( dobbiamo risparmiare...).
Degustate, gente, degustate!
Hasta

Ricorsatevi che il 5 ottobre si DEVONO festeggiare i beatles: questa canzone, la loro prima canzone, compirà 50 anni!


11/07/12

Lars von Trier e le sarde a beccafico

Cosa avranno in comune, vi starete chiedendo? Apparentemente nulla, se non il fatto che oggi ho visto Melancholia ed ho cucinato le sarde. Mentre, però, arrotolavo i deliziosi involtini ho capito quanto il maestro abbia in comune col piatto palermitano. Intanto l'apoteosi della lentezza. Una lentezza, però, ricca di cose. Poi c'è la sorpresa per ingredienti, vuoi del piatto, vuoi dello svolgimento della trama, inaspettati, dolci e piccanti, sapidi e delicati. C'è poi, l'alto livello di concentrazione necessario ed, infine, il seguito, a film/piatto terminato, di sensazioni, riflessioni, ritorni di gusto, impressioni nuove.
Non è il primo film di Von Trier che vedo e mi ha sempre spiazzato ma anche conquistato.
E', invece, la prima volta che mi cimento con la versione palermitana delle sarde a beccafico e devo dire che sono davvero libidinose.
Vi dico come farle?
Prendete le sarde e pulitele togliendo testa, interiora e lisca ma lasciando la pinna dorsale e la coda, lavatele e lasciatele da parte aperte ed appoggiate sulla pelle. In un pentolino mettete un filo di olio evo con uno spicchio d'aglio ed un peperoncino. Dopo un paio di minuti di sfrigolamento, togliete aglio e peperoncino ed aggiungete una tazza di pane grattugiato. Armatevi di pazienza e, continuando a mescolare, con fuoco basso, aspettate che il pane raggiunga un bel colore nocciola intenso. A questo punto mettete il pane in una ciotola ed aggiungete: pizzico di sale e pepe, un cucchiaio di zucchero, una manciata di uva sultanina fatta rinvenire in acqua calda, una manciata di pinoli ed un cucchiaio di prezzemolo tritato. Unite, infine, tre o quattro acciughe tritate ed un goccio d'olio evo. Mescolate bene. Ora, mettete un cucchiaino di questa farcitura al centro della sarda ed arrotolate ad involtino il pesce, partendo da dove un tempo era posizionata la testa. Ponete i rotolini in una teglia unta ed intervallateli con mezza foglia d'alloro. Guarnite con qualche fetta d'arancia biologica. Cospargete col pangrattato che vi è avanzato ed irrorate tutto con una emulsione di succo d'arancia, olio, zucchero e sale. Infornate a 180° per 20 minuti e serviteli a temperatura ambiente, bevendoci sopra un bianco siculo, magari la Veruzza dell'Az. Guccione, trebbiano biodinamico caldo e fruttato.





27/06/12

La Pineta di Luciano Zazzeri

Finalmente, da domenica, posso dire di avere mangiato IL PESCE.
Sì, perchè finora si era scherzato.
Anniversario di matrimonio, il sesto, e, come da tradizione:" Se va fori a magna e beve bbene!"
Indi abbiamo optato per uno stellato michelin al mare.
E' uno stellato che non ti aspetti, all'interno di un  bagno a marina di Bibbona, con tanto di ombrelloni azzurri inguardabili.  La fortuna, e la moglie, ha voluto che dessi le spalle al mare ( la sala, semplice e non " pesante", anche se molto curata, essendo in spiaggia, ha vista mare), evitandomi, così, il cazzotto degli ombrelloni ma non privandomi del meraviglioso rumore di un mare che, per farci un favore, ne sono sicuro, era appena increspato, ma di quel tanto da farsi sentire. Il servizio è fantastico, nel senso che non è distaccato ma nemmeno invadente. La battuta e la chiacchiera scatta naturale, lieve, piacevolissima. Il patron è spesso in sala, prende le comande e fa i conti ma è anche in cucina a guidare la banda di cuochi che definirei " rispettosi". Cioè? Se devo definire questo ristorante con un aggettivo dico: "attento". L'attenzione, che rasenta la mania, è per la cottura. Tutto quello che abbiamo mangiato aveva una cottura Perfetta.
Il ristorante è conosciuto soprattutto per la qualità assoluta della materia prima ma, a mio parere, è nella cura "psicotica" delle cotture che sta il segreto. Anche il pesce più fresco e di qualità può essere violentato da una cottura appena più lunga o breve del necessario. 
Insomma, bando alle ciance e sfoderiamo il menù.
Io ho puntato tutto sulla materia per cui: crudo di pesce e crostacei, spaghetti alle vongole veraci, gran bollito di pesce.
La mogliera: Crudo anche lei ( ma come poter resistere?), spaghetto freddo allo scoglio con bottarga, fritto misto e crema fredda al miele e cioccolato bianco con cialda alla mandorla e fragole.
Che dire: il crudo lo ricorderemo per sempre. Menzione speciale alle ostriche divorate tra le onde del mare ( poche cose commuovono così...). Lo spaghetto alle vongole veraci, è quello definitivo, quello che uno memorizza perchè dovrà assolutamente rifarlo, aggiungendo un altro obbiettivo a quelli da raggiungere prima di morire. Il bollito, servito con una maionese fatta a mano con olio extravergine ( ma come cacchio fanno?) e spiazzante per, mi ripeterò, la perfezione assoluta della cottuta dei diversi pesci/crostacei. Lo spaghetto freddo è semplicemente geniale, soprattutto in un caldo pomeriggio estivo. Il fritto è leggero e saporito. Ottimo il dolce, che ho preferito sostituire con un calvados giovane ma, diciamo così, coccolante come tutto ciò che abbiamo bevuto.
Il bere, a proposito, merita come al solito, un discorso a sè.
La carta dei vini, bella bella, necessita di un tavolino dove appoggiarla, in quanto il tomo è realmente pesante. Dopo un po' di rimbambimento e di confusione, perso fra innumerevoli etichette seducenti, opto, per soddisfare soprattutto la mogliera e la mia curiosità,  per il Vulcaia fumè di Inama, annata 2009, sauvignon blanc prodotto in Veneto, pluripremiato vino ma di quelli che a me, personalmente, piacciono meno. Che dirne: ben fatto, aromi varietali netti ma legno ancora da digerire. Il ragazzo di sala mi ha consigliato questa annata rispetto alla 2010 ed ho capito perchè. Annate precedenti erano presenti ma solo in magnum e in due mi sembra un po' troppo, soprattutto se devo fare 2 ore e mezza di macchina per tornare a casa. Lo berrei volentieri fra due o tre anni. E' un vino tondo, caldo, grasso, ruffiano, sborone. Non proprio il mio tipo. Più femminile, direi, anche se so benissimo che sto drammaticamente generalizzando. Comunque c'ho azzeccato e la mogliera ha apprezzato tantissimo. Sul bollito, pero, non ce l'ho fatta e ho ceduto il resto della boccia alla mia metà e chiesto un calice di qualcosa che potesse andare bene, affidandomi ciecamente al cameriere. Mi ha servito un Pinot nero altoatesino, di Hoftstatter, il base, gelato. A coloro di voi che stanno inorridendo dirò di provarlo, evitando le seghe mentali dei corsi Ais, concentrandosi sulla sua perfetta abbinabilità, servito in questa maniera, al bollito di pesce. Alla mogliera, poi, è arrivato un passito di pantelleria di quelli che fa sempre discutere ma che io, fanculo agli enosnob di ognidove, adoro: il Ben Ryè di Donnafugata. 
Fantastica esperienza, sicuramente da ripetere in inverno, con la vista mare sgombra da ombrelloni vari.
La spesa è notevole, anche se generalmente gli stellati sono più cari, ma secondo me, sono davvero ben spesi perchè dopo aver mangiato lì, ho l'impressione che qualcosa, dentro, cambia.
Andateci!
Vi allego qualche foto. Alcune le ho fatte dopo che l'avidità aveva offuscato la logica della foto a piatto vergine ma vorrei vedere voi...
Hasta
La musica che vi dedico è in tema: solo il rumore del mare


crudo

spaghetti alle vongole veraci

spagheto freddo allo scoglio con bottarga

il fritto misto

il bollito misto


il dolcino


15/02/12

Vino quotidiano

Mi permetto di consigliarvi un vino, perfetto per tutti i giorni e con infiniti menù. Arriva da una regione che, dal punto di vista enoico, non caga nessuno: la Valle d'Aosta.
Il nettare in questione è prodotto da una delle aziende più conosciute: Les Cretes.
Si tratta del Torrette. Annata bevuta: 2010. Gradazione alcolica: 13%. Vitigno: Petit rouge.
Fa affinamento in acciaio e resta vinoso, piacevolmente acidulo, dalla grande bevibilità. Ha un bouquet non eccessivamente ampio ma elegantemente giocato sulla florealità. Il fruttato è di piccoli frutti rosso ma acerbi, una lieve nota vegetale completa il profilo. In bocca il tannino e poco invadente e la sapidità, buona, dona sapore al tutto. Finale non lunghissimo, appena amaro, ma piacevole.
Sappiatemi dire, sempre se riuscite a trovarlo in giro...
Hasta

Francesco de Gregori - 150 stelle

03/01/12

Barbera d'Alba 2005 Flavio Roddolo

Colore brillantissimo, carico il giusto, di un bel rubino netto. Infilando il naso nel bicchiere spunta un fruttato che fa salivare, di ciliegia ma anche di frutti di bosco acidini. Sarà anche un po' atipico ma ci sento profumi che ricordano il geranio, prima che arrivino quelli di buccia d'arancia, di chiodo di garofano, quasi una specie di vin brulè. Intenso e fine ma è soprattutto l'attitudine a farti salivare che stupisce, sottolineandone la "croccantezza". Bocca verticale, gustosa e vibrante. Una partita di ping pong fra acidità spigolosa e sale, con il tannino lievissimo e l'alcool che sembra non esserci, tanto è equilibrato. Lunga la persistenza, centrata sul frutto. Piace molto, anche se mi aveva esaltato, tempo fa, maggiormente, il nebbiolo. In ogni caso regge perfettamente il piatto e piace anche dopo il pasto, sorseggiato davanti alla tv. Grande vino che spacca il sedere a moltissimi "concorrenti", anche per il prezzo da Nobel per la pace.
Ci abbiamo mangiato delle polpette fatte con avanzi: una tagliata lasciata a metà perchè gommosa, riso bollito, olive nere, formaggio edamer. Tritata la carne, si unisce al riso, ad un uovo ( per 350 g di carne e 50g di riso), olive spezzettate, formaggio grattugiato. Si fanno delle pallette di 3 cm di diametro e si passano in forno ventilato per dieci minuti. Nel frattempo si lascia rosolare in padella con olio un trito di cipolla rossa, scalogno e porro, si bagna con del vino rosso e, sfumato l'alcool, si aggiunge un poco di passata di pomodori. Passati i 10 minuti si frulla il soffrittone e si ributta nella padella con le polpette, si diluisce con un goccino d'acqua e si lascia andare coperto per un'altra decina di minuti. Vengono parecchio buone e ti aiutano a non buttare niente. Contorno di coste ripassate col pomodoro ( aiuta la coscienza del dopo-abbuffate natalizie, come del resto le polpette non fritte).
Anche stavolta niente foto, sorry. Se le provate, magari, mandatemela voi.
Buon inizio d'anno a tutti.
Hasta

Davide Van De Sfroos - Akuaduulza

14/12/11

Langhe reprise

Ve lo avevo detto: vi avrei raccontato qualcosa del nostro viaggetto in questo parademoniaco territorio. Lo definisco così perchè è uno di quei posti che ti fa stare bene ma che ti vizia davvero tanto per cui è a metà strada giusta fra il bene ed il male.
Abbiamo alloggiato a La Morra, in un appartamento ricavato nella villa di un architetto fan della bio-edilizia. Appartamento molto confortevole e perfettamente "verde", nonchè dotato di una vista commovente sull'Annunziata, corredato, pure, dello scenografico profilo del Monfalletto ( piccolo colle vitato con in cima un imponentecedro del libano).
Inutile negare che in pochissimi giorni ho aumentato il mio già notevole peso di una ricca zavorra adiposa ma in vacanza vige, fra i tanti motti, anche il consolatorio " 'fanculo: c'è tempo per le cose sane". Cibo e vino, oltre alla splendida presenza degli amici veri, ci hanno accompagnato fin dalla settimana di preparazione del viaggio: fondamentale è la scelta di cantine da visitare, bottiglie da acquistare in enoteche scelte a tavolino, ristoranti in cui pranzare e cenare. So che non mi criticherete, almeno voi, cari lettori del mio blog sovrappeso!Intanto vi consiglio alcuni posti davvero interessanti, ciascuno a suo modo, dove mangiare con grande soddisfazione:
  • trattoria del Peso a Belvedere Langhe: sembra di entrare in una macchina del tempo che ti fionda negli anni 80. Sala realmente retrò, clientela fatta di lavoratori ( in settimana), personale schivo ma sincero, cibo semplice da trattoria con tutti i crismi. Mi han detto che di Domenica l'esperienza è mistica ma vi posso dire solo che in settimana, per circa 25 euro in due abbiamo mangiato bene ( compresa ci è stata data una boccia di dolcetto che è finita senza nemmeno fiatare...)
  • Da Maurizio a Cravanzana: posto situato davvero in culo al mondo ma dove BISOGNA ANDARE! Oltre alla grande disponibilità dell'oste Maurizio, il quale ha scoperto in tredici secondi che la dritta è arrivata da Andrea Scanzi, non appena abbiamo ordinato un Nebbiolo di Flavio Roddolo ( tra l'altro splendido per tensione, struttura da tutto pasto e bevibilità), va sottolineata la cura nelle portate ed il carrello dei formaggi. Bella esperienza e ristorante scattato subito nella personalissima top 5. Un piatto degustazione di formaggi con 17 esemplari non l'avrei nemmeno mai immaginato possibile, invece...
  • L'eremo della Gasprina a La Morra: uno chef sopraffino ti riempie di bontà senza la minima pietà raccontandoti un territorio ma anche la passione per la cucina di alta classe. Mi ci hanno portato degli amici che non finirò mai di ringraziare. Cucina a vista. Un po' di boria, è vero, ma chi se nefrega se, poi, nel piatto trovi cose fatte bene. Il prezzo è da standing ovation. Carta dei vini buona. Abbiamo bevuto una Barbera di Cappellano, mai deludente anche se migliora davvero tanto col tempo e la nostra peccava ancora di troppa gioventù ed un nebbiolo di non ricordo chi, ahimè, ma che non mi ha colpito granchè.
  • L'osteria del vignaiolo a La Morra: Piccolo e coccoloso ristorantino con cucina di territorio, segnalato per l'atmosfera accogliente, la carta dei vini "ganza", i piatti ben fatti e la cordialità langarola che mai smetterò di lodare. Abbiamo bevuto un Nebbiolo di Giuseppe Rinaldi da brivido e , se mi concentro un po', credo di poter sentire ancora il finale agrumato.:-)
Le aziende che abbiamo visitato sono state tre: Tenuta San Biagio, Poderi e Cantine Oddero, Rocche Costamagna.
Tra le tre ci è piaciuta indubbiamente di più, per qualità dei vini, quella degli Oddero: i Baroli, pur soffrendo annate difficili per chiusura lasciano intendere una profondità che negli altri non abbiamo percepito. Splendida la degustazione presso la tenuta San Biagio, grazie alla immensa disponibilità ed affabilità dei proprietari che ci hanno intrattenuto per ore senza mai perdere di interesse.Fra i vini citerei il loro Verduno Pelaverga, per concessione coltivato fuori dal comune di Verduno e quindi dotato di caratteristiche differenti dagli altri, centrato più sul frutto che sulla spezia e il Barbaresco vigna Montersino, di grande piacevolezza e bevibilità. Corretti gli altri vini anche se devo ammettere che hanno un rapporto q/p invidiabile. Gli Oddero spiccano in tradizionalismo spinto, ritrovato anche in Rocche Costamagna, seppur con risultati lievemente inferiori.
Il territorio: è una zona ancora sanguigna. Peccato, forse, è l'eccessiva presenza della vite che finisce per coprire quasi la totalità dei panorami, sintomo di una troppa corsa all'oro, dimenticandosi i sani ritmi e le dinamiche di equilibrio naturale. In ogni caso si respira aria sana, da quelle parti ed è per questo che la cosiglio a tutticoloro che vogliano staccare dai ritmi quotidiani e vogliano riscoprire un'umanità che ancora, sebbene non ovunque, continua a resistere agli attacchi del codice a barre.
Mi rendo conto di essermi dilungato fin troppo, per cui vi lascio con qualche foto.
Hasta







01/10/11

Chambolle -Musigny Premier crù Les Feusselottes '08 Domaine Amiot-Servelle

Rubino trasparente e luminoso, consistente. Naso fruttato di ciliegia e frutti di bosco, lampone netto, cioccolato ed un che di burroso. Ha un'intensità pazzesca ed una eleganza incredibile. La croccantezza mi fa salivare senza nemmeno berlo. Frutta secca, mandorla e noce. In bocca ha un'acidità da vino bianco, una sapidità quasi salata ed il tannino fittissimo. E' davvero saporito e conferma i profumi con la stessa croccantezza in bocca.
Da pinot nero di razza scorre in bocca con leggiadria e lascia un finale agrumato e incredibilmente sapido. Sarebbe da bere a damigiane ma necessiterebbe di elevati stipendi. Mi è piaciuto davvero un sacco, confermando l'impressione avuta nell'assaggio fatto dal produttore. Stra-consigliato.
Ps Si trova anche in Italia ma ora mi sfugge l'importatore. Sorry.
PPS: Matrimonio più che felice con la musica di Bird.
Hasta

Charlie Parker - My old flame

19/09/11

Diploma Ais: ma fa davvero bene?

Quando qualche anno fa, seduto in un ristorante fantastico, con il mio vinello della casa (non uno sfuso ma una bottiglia, diciamo così, “entry level”) davanti, ho conosciuto, molto di sfuggita, il nostro dirimpettaio, al tavolo vicino, in realtà sbandieratoci dalla, credo, moglie/fidanzata, come “sommelier”, qualcosa è scattato. Innanzitutto l'orrore per una donna che sbandiera un pezzo di carta simpatico neanche fosse l'assegnazione del premio Nobel per la Fisica. Il destino ha voluto che il sommelier in questione, nonostante i pessimi gusti riguardo alle donne, fosse dotato di sana modestia e non se la sia menata per niente. Alla mia frase: “ Noi non ci capiamo un cazzo di vino” ha risposto una cosa tipo” Una prima cosa semplicissima per capire se un vino è o no buono e valutarne la complessità!”. Come chiunque avrebbe fatto ho annuito anche se non ci avevo capito un'acca, ostentando sicumera e concentrandomi sul mio gambero rosso crudo. Quella parola, però, “Complessità”, mi stuzzicava. “Che cacchio vuol dire complesso? Mica è un problema di matematica!” E' per capire questo concetto che ho iniziato a fare il corso, felice che, pur con un notevole investimento di soldi, un giorno avrei sbattuto in faccia a qualcuno la storia del vino complesso. Ahimè questa soddisfazione non me la sono passata, soprattutto perchè ora so che non vuol dire una cippa di niente. In compenso è nata una passione vera, che mi ha anche condizionato la vita, in parte. La vera domanda, però è: la mia vita è migliorata? Il diploma Ais comporta seri effetti collaterali in una persona.
Innanzitutto non avete idea di cosa sia il primo vinitaly per un neodiplomato, ingenuo, speranzoso e convinto che il vino non va sputato mai. Ingresso alle 10,00 e subito stand dell'Emilia Romagna ( ovviamente non ti porti nulla da mangiare, ignaro delle drammatiche code e della pessima qualità dei panini di Veronafiere). Alle ore 10,25 sei completamente ciucco, hai ingurgitato 15 bicchieri di vino, quasi quanti ne hai degustati nei tre corsi Ais, e la maggior parte di pessima qualità. Vai a nome, a doc. Il tuo programma di assaggi prevede circa 18 padiglioni e ansia e sconforto ti assalgono. Fortuna vuole che ci sia un magico stand di salumi nel quale ti fiondi per sgranocchiare qualsiasi cosa di commestibile ti passa davanti. Resti fino all'ora di chiusura, strisciando come il peggior clochard di Parigi e, dopo i due giorni che ti occorrono per smaltire la tranvata che hai preso, non ti ricordi nemmeno un nome di uno dei vini che hai provato.
Vogliamo parlare di ciò che si prova quando riprovi lo sfuso della pizzeria nella quale vai da ormai 20 anni? La paura che ti prende quando pensi a quanti litri ne hai bevuti?
Quello che, poi, succede alle tue finanze, ha del drammatico. Ad un anno dal diploma, di fronte ad un imbarazzante estratto conto, provi ( ancora un brivido mi percorre la schiena...) a valutare quanto in percentuale spendi in più al mese per la singola voce: beveraggio... Perchè, poi, non c'è solo il vino: parte la fissa per le birre artigianali ( pensa che avrò bevuto almeno un tonneau di Finkbrau del discount, vade retro), per le grappe da alambicco discontinuo a bagnomaria, che fino a poco tempo fa associavi solo a delle bistecchine gommose, simili alle copertine dei portadocumenti dell'ufficio, che tua madre, quando voleva cucinare qualcosa di sano, ti appioppava con grande tuo disgusto, il rhum agricolo, e così via. Comunque, sudi freddo vedendo quel “+ 600%” e ti consola solamente un calice di fresco lambrusco a rifermentazione ancestrale.
Col tempo, però ci fai l'abitudine e superi queste esperienze realmente scioccanti.
Una cosa, però, che per sempre ti perseguiterà è l'uscita al ristorante con gli amici. Lo sai: nessuno è matto come te e spenderebbe per il vino più di quello che spende per il cibo. Nessuno ti capisce, nessuno ha pena per te, anzi, ti danno in mano la carta dei vini e ( pure!) dicono al cameriere: “Sceglie lui che è sommelier!” Cosa fai allora? Scorri la carta, spesso interessante e piena di chicche che, da solo, non aspetteresti un istante ad ordinare ma, visto il prezzo e fatta la domanda:” la ordinerebbero loro?” passi oltre. Pensi all'ordinazione che avete fatto: antipasto caldo di mare per due, salumi di cinta per te, sformatino di melanzana e bufala, tagliatelle ai funghi, agnolotti cacio e pepe, carne alla brace, peposo, filetto di branzino. Riorganizzi nella tua testa tutti i principi dell'abbinamento cibo-vino, guardi il cameriere e glielo vedi quel ghigno di chi sa cos astai passando e lo odi per questo. Lo sai che nulla può andare bene e l'idea di un DRC ti sfiora, cosicchè, in futuro, terranno lontanissima da te la carta dei vini e tu ti godrai il tuo calice perfetto per i tuoi piatti ma sai che hanno il mutuo, dei figli e passi oltre. Scegli un vino che non hai ancora provato (almeno crescerà la tua conoscenza) ma da produttore sicuro e che costa 3 o 4 euro in più del meno caro in carta. Pronunci il nome con l'espressione di quello che ne apprezza l'enorme rapporto qualità prezzo, noti il segno di approvazione che ti regala il cameriere per la grande prova, chiudi la carta con finta ma fiera decisione e pensi a quanto lontano sia il tuo lambrusco ancestrale, sperando che per la seconda boccia non vogliano cambiare tipologia.
Tutto questo ti sfianca, davvero! Per questo che vi dico: fate i corsi di degustazione ma non ditelo mai a nessuno!
Hasta



08/09/11

Rosso di Montalcino 2006 Biondi Santi


Che direbbe il mio delegato, l'uomo che mi ha formato per essere un esperto del servizio, della degustazione, del bon-ton, etc? Come la prenderebbe se sapesse che, in una tiepida notte d'estate, in un casolare nel mezzo della val d'Orcia, ho stappato, praticamente al buio, un rosso di Montalcino di Biondi Santi e l'ho versato in due calici, pardon, due vetracci, dove nemmanco l'acqua minerale avrebbe voluto essere sacrificata? Come avrebbe reagito alla notizia che non era possibile vedere colore, riflessi, consistenza, limpidezza, insetti galleggianti?
Del resto come biasimarmi: dopo un'ottima cena in un ristorante di S. Quirico ( bevuto il "Sesterzo" di Poggio Grande, Orcia rosso doc 2008, consigliato, ndr), con la mia placida consorte, si torna in agriturismo. C'è quel venticello che ritempra il corpo e lo spirito dalle drammatiche temperature pomeridiane, quasi sahariane. C'è silenzio ed il cielo ha tante stelle che, quasi, provocano fastidio. Ti senti Frodo Baggins dal momento in cui hai acquistato la boccia e la tentazione ti logora dentro. E' allora che cerchi, disperatamente, due calici nella cucina in comune ma trovi solo inquietanti vetracci, buoni solo a ficcarci il basilico per non farlo appassire. Cosa fareste voi?
L'unica risposta è: "Fanculo il bon-ton, il bon-bon e pure il won-ton!" Sì, anche il mio delegato Ais direbbe così!
Io e la mogliera abbiamo scorto, nello sguardo dell'altro, il puro piacere. Del resto cos'è il vino, se non piacere?
Bel vino, davvero. Sul colore non so, onestamente, che dirvi. Azzardo un nero penombra, appena screziato da luce lunare. ( Questo non l'ha mai scritto nemmeno Luca Maroni!). Molti di voi, miei due lettori, diranno:" A' coso, manco avessi bevuto il Brunello Riserva!" Lo conosco, l'ho bevuto e vi assicuro che è un'esperienza incredibile. Solo che ne bevi una lacrima in un asettica sala di degustazione, non una bottiglia al chiaro di luna. ( Purtroppo arrivo, e con un certo impegno, appena al Rosso...).
Torniamo al vino. Avvicinando il naso al bicchiere inizio già a sentire il complesso bouquet, con cenere, prugne selvatiche, fiori secchi eed un che di selvatico ma vago, non definibile con maggiore precisione. Quel che avviene in bocca dopo il primo sorso lo posso descrivere più che bene: attacco acido, intensissimo. Pensate ad un fuoco d'artificio. Tannino giovane ed aggressivo, asciugante ma in lotta con l'acidità vibrante che provoca una intensa salivazione. La sapidità è dritta, inebriante e ti chiede un altro sorso, immediatamente. L'alcool è perfetto, assolutamente assorbito dalla struttura emozionante. Il finale ha quel lieve amarognolo che esalta, anche per la lunghezza di svariati secondi. La bocca resta pulita ma quell'aromaticità, floreale, non se ne va nemmeno a pagarla.
In tutto questo mi resta la grande soddisfazione del miglior abbinamento mai trovato per un vino. Stavolta non è col cibo che il matrimonio è perfettamente riuscito. Oggi è con la magia di un piccolo lume che scalda una parete di pietra, con la calda presenza della mia donna, con la leggerezza che dà il distacco dalla quotidianità, con la lieve ebbrezza data da una bella serata, con ilo pizzicotto lieve del sonno che ti chiama al meritato riposo, con la lieve brezza, appena fresca, dei monti che ti abbraccia e rassicura.
Che dite: si può soprassedere ai due calici da lasciare direttamente nello scaffale dell'Ipercoop?
Hasta.
Ben Harper - Another lonely day

Incredibile: il buonsenso esiste ancora!

Ebbene sì, il detto: " Siamo un popolo di cretini", lo si può ancora definire non del tutto corretto. A Montalcino hanno votato con larghissima maggioranza per il non cambiare il disciplinare del Rosso, ammettendo vitigni internazionali in uvaggio. Ha vinto il Sangiovese Grosso, oltre all'intelligenza. In tanti hanno incrociato le dita, ieri, perchè non sputtanassero un vino italianissimo, facendo come nel Chianti Classico dove, negli ultimi anni, grazie ai merlot e ai cabernet si sono prodotti centinaia di vini senza anima e tutti uguali. Le poche eccezioni fanno capire quanta cultura e tradizione si sia persa. A Montalcino la maggioranza dei produttori, per fortuna, lo ha capito. C'è da dire, poi, che il cambio del disciplinare del rosso sarebbe stato solo il primo round di un incontro che puntava direttamente al fratello maggiore. Hanno capito anche questo.
Ora credo sia necessario un cambio al vertice del consorzio, vista la poca rappresentanza del presidente e visto che l'attuale vertice ha solo rischiato di spezzare l'unione che a Montalcino si era creata fra i produttori.
In noi resta l'amarezza di aver visto giornalisti e testate attentare alla sana informazione guidati solo dagli interessi di aziende "amiche" ( leggi "inserzioniste"...) Ma sono cose ormai all'ordine del giorno.
Il problema delle scarse vendite del Rosso resta ma i produttori dovrebbero concentrarsi sull'aumento della qualità e/o l'abbassamento dei prezzi per spostare il posizionamento del vino sul mercato, posizione che attualmente lo vede affiancato a vini di miglior rapporto qualità/prezzo. Se i vecchi contadini , in alcuni terreni ci piantavano patate e non viti ci sarà stato un motivo, no? Ma questo è solo il mio punto di vista...
Hasta

07/09/11

Si vota!



Stanno votando, in queste ore, per il cambio di disciplinare del Rosso di Montalcino.
Sì, lo so che lo avevano già fatto, ma i risultati non piacevano a presidente e vice-presidente per cui si rifà. Come nelle peggiori ma, ahimè frequentissime, occasioni "all'italiana" si vota a scrutinio segreto, cosicchè verranno premiati i voltafaccia e i falsi.
Vedremo come va a finire.
Stay tuned!
Hasta

31/08/11

il dramma è che vengono eletti!

A Montalcino, il presidente del consorzio, eletto regolarmente, quasi fosse specchio di quei bugiardi di Montecitorio, continua a remare contro gli interessi dei consorziati ed indice, in piena vendemmia, molto difficoltosa, tra l'altro, una riunione per rivotare il cambio del disciplinare del Rosso, in modo da dare la possibilità a chi non ama fare le cose difficili di semplificarsi la vita e in modo da spianare la strada a quegli stolti che vogliono cambiare il disciplinare del Brunello ammettendo l'uso di uve alloctone e sputando addosso a chi ha lottato per creare qualità a Montalcino, a coloro che credono ancora che il vino sia cultura e a quelli che col solo lavorare bene sono capaci di creare capolavori puliti, col carattere del luogo in cui nascono e la forza che dà loro la storia. Sembra di assistere ad una farsa: è come se, dopo un referendum che abroga una legge, si chiedesse l'approvazione in parlamento della stessa legge, appena buttata nella monnezza. Ma questa gente dove l'ha abbandonato il senso del pudore? Ma non si vergognano? L'altra sera ho bevuto una bottiglia di Rosso di Montalcino di Biondi Santi, annata 2006. Ve ne parlerò, lo prometto. Ancora ne assaporo il carattere, da brivido. Il Brunello, che, ahimè, non posso permettermi ma che ho provato in qualche degustazione, è un capolavoro di tensione, carattere, territorialità, " sangiovesità" ( passatemi il termine...). Pensate ad un Cezanne e versatevelo nel calice.
Perchè, in questo paese, siamo così coglioni?
Hasta

Caparezza - Goodbye malinconia


07/08/11

Bistecca e Brunello


L'evento è di qualche tempo fa ma lo posto solo ora, dopo aver ritrovato gli appunti di degustazione del vino e scaricato la foto sul pc. Sulla bistecca poco da dire se non che, essendo di costola bisogna esigerla parecchio spessa. A mio parere se volete comprare una bistecca che si possa chiamare così non deve essere sotto il kilo e 100g. Se di costola almeno 1,3 kg. Quella in foto era di, appunto, circa 1,3 kg. Va cotta sul fuoco di legna di rovere o leccio, a brace fatta ( colorazoone bianca), per 7 minuti per parte senza lavarla e senza salarla. Se resta in piedi, e dovrebbe farlo se ha il peso giusto, fatela cuocere altri 7 minuti in piedi dalla parte dell'osso, ovviamente. Se non vi piace la carne al sangue optate per una scaloppina al limone e non rompete i cabbasisi al fuochista!
Il vino: Brunello di montalcino Vigna Soccorso 2005 di Tiezzi.
Granato con riflessi già viranti all'aranciato, bella trasparenza e luminosità. Notevole la consistenza, visibile da ciò che resta attaccato al bordo del bicchiere dopo la rotazione. Naso intnso e fine con ricordi di mora, marasca, prugna secca, poi tabacco, liquirizia ed un che di pietra, ciottolo affascinante. In bocca il sorso è esile ma fine, con tannini fitti e morbidi. L'acidità non è strepitosa e la sapidità, invece, decisamente piacevole. La verve alcolica è lieve ma paga un finale non lunghissimo, con netti ritorni balsamici.
Paga sicuramente l'annata difficile. Ci si può intuire, comunque, la ricerca di una tradizionalità e la voglia di un vino toscano nell'animo ma va provata un'annata più felice che, magari, gli regalerà quel corpo e quella progressione che un Brunello deve avere.
Ha accompagnato discretamente bene la bistecca, anche se un po, appunto, di struttura in più l'avrebbe reso perfetto.
Rimandato.
Hasta

14/07/11

Garganega Recioto 2007 La Biancara




Finalmente, aprendo un po' di più il portafoglio, ho acquistato e bevuto questo vino di cui in molti parlano davvero bene.
Premetto che, avendolo tenuto a temperatura ambiente, il primo bicchiere era decisamente ad una temperatura troppo calda, che col tempo ( ho utilizzato uno di quei cappottini che raffreddano la bottiglia in una decina di minuti di quei tre/quattro gradi) è migliorata avvicinandosi a quella, secondo me, prefetta, di 11/13 gradi.
Che dire: colore ambra scuro e splendente. Naso che, anche grazie al tempo ed al variare della temperatura tra i sorsi, si muove fra fieno, pout pourri, poi il fruttato di dattero e uva passa, noce, mandorla amara ed anche pinolo. Gli agrumi fanno da sottofondo al tutto. Col tempo arrivano effluvi di tè, vaniglia ed una lieve nota di ossidazione. Poi ecco l'etereo ed un che di smalto. Pazzesco! Sono profumi incredibilmente legati tra loro e che ti sbatacchiano di qui e di là. In bocca si sente subito la dolcezza, anche se non eccessiva ma equilibrata da una bella sapidità, tipica dei vini di Maule, ed una acidità forse appena sotto tono. Il 13,5% di alcool non lo senti affatto, sommerso dalla struttura importante del vino e dalla grassezza del sorso. Il finale, tutto giocato sulla lotta fra zuccheri e sali minerali, è entusiasmante e lunghissima, con ritorni di frutta disidratata, in particolare la pesca gialla. Conplessivamente è equilibrato anche se un filo di acidità in più lo avrebbe reso perfetto. Il bello di questi vini, d'altra parte, è che interpretano sempre a fondo l'annata di produzione, piuttosto, in questo caso, strutturata.

Due cenni sulla tipologia: è un vino ottenuto da uve garganega, coltivate seguendo una filosofia vicina alla biodinamica, appese fino a Febbraio per raggiungere il giusto grado di appassimento, poi fatta fermentare in tini aperti con le bucce per una quindicina di giorni. L'affinamento avviene in botti da 15 hl per 8/9 mesi, quindi l'imbottigliamento e la sosta in vetro per tre anni, prima della messa in commercio.
Io l'ho bevuto accompagnandolo con la mia donna ma potete pure abbinarci dei formaggi importanti, tipo Castelmagno, o un pecorino stagionato due/tre anni. Va bene anche della pasticceria secca.


Leggeteci la bella biografia di Janis Joplin scritta da Alicia Echols, ascoltando, ovviamente, il disco registrato con i Big Brother & the Holding Company Cheap Thrills


19/06/11

Girgis extra 2008 az agr. Guccione

Trattasi di un catarratto in purezza, allevato e vinificato secondo i principi della biodinamica. 5 giorni di macerazione e 18 mesi sulle fecce fini danno un colore dorato scarico, lievemente opaco ( non viene filtrato) ma intrigante davvero. Il naso salta dalla banana all'ananas, dalla pesca gialla all'albicocca, una nota lievemente ossidata, appena metallica ci ricorda che siamo di fronte ad un vino non semplice. C'è anche un che di agrumato che mi ricorda il Kumquat ( ne ho tanti in giardino e ne mangio a volontà, per cui ne conosco il profumo quasi a metà fra cedro ed arancia, non è sboronaggine...). Devo dire che necessita un servizio a temperatura ambiente, strano per un bianco, ma fresco risulta piatto come profumi. Ha un bouquet intrigante ancor più del colore, soprattutto per la mutevolezza data dal permanere nel bicchiere. Arrivano profumi legati persino ai lieviti, allo zenzero, alle erbe amare. Lo assaggio: fosse una degustazione alla cieca si potrebbe scambiare per un rosso leggero, con una leggera presenza di tannino ed una grassezza di sorso. La sapidità è in primo piano ma, in onestà, manca di spinta acida e lunghezza. Il finale è lievemente amarognolo ma pecca davvero di una P.A.I. corta. Devo dire che ci rimango un po' male, anche se mi ricorda incredibilmente i bianchi che mio nonno ci faceva provare a Niscemi, nei giorni in cui scendevamo a trovarlo.
Complessivamente è un giudizio che rimane sospeso. Mi riprometto di riassaggiarlo fra qualche anno, con più esperienza sulle spalle, anche se credo che, se dovesse restare con una acidità così lieve, continuerà a non convincermi.
A voi consiglio, comunque, di provarlo, perchè, soprattutto per colore e profumi, ci dice cos'altro possono dire i vini.
Hasta